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Don Giovanni al Municipale
Scelta felice
Ogni cittadino di Casale dovrebbe ringraziare pubblicamente l'impresa lirica Francesco Tamagno per continuare a tener viva la fiamma dell’opera al Teatro Municipale.
Quest’anno la loro scelta è caduta sul Don Giovanni, scelta felice perché il “dramma giocoso” di Mozart è esattamente a misura del teatro casalese. Intanto per l’organico, con un’orchestra che per una volta non è iper-compressa e costretta a mettere i timpani nella barcaccia (ci finisce comunque la tastiera usata per accompagnare i recitativi). Poi c’è l’importanza storica: scorrendo l’elenco delle rappresentazioni nei teatri casalesi stilato da Sergio Martinotti il Don Giovanni non compare, anzi, non compare nemmeno una sola opera teatrale di Mozart.
Alla luce di questo spiace vedere che, come spesso accade quando il Municipale programma serate musicali fuori cartellone, la risposta del pubblico è tiepida. Don Giovanni non solo ha cambiato la storia del melodramma, ma ha dato origine a interi sistemi filosofici. Vederlo è importante a prescindere, ci si dovrebbero portare le scuole.
Tantopiù che dal punto di vista musicale questo è un buon allestimento. Le voci, soprattutto, a cominciare da quelle femminili. Spicca Donna Elvira: Angelique Georgiou colora benissimo la sua parte e ha una voce che arriva chiara in ogni angolo della sala. In Donna Anna Ilaria Lucille De Santis riversa una vocalità drammatica ottocentesca che però davvero non guasta in un allestimento che punta più sul dramma che sul giocoso. Leporello / Andrea Porta è scanzonato il giusto, con un timbro decisamente gradevole e una dizione impeccabile. Don Giovanni, ovvero Gabriele Nani, regala una performance recitativa notevole, ma, appena fa un passo indietro dal proscenio la sua voce diventa un sussurro (l’acustica del palco rifatto nel 1990 non perdona). E poi c’è la Monferrato Classic Orchestra, per la prima volta impegnata a accompagnare un’opera. Jacopo Suppa segue con molta cura l’azione scenica ed è attento a colorare ogni espressione. Non tutto è perfetto (l’intonazione degli ottoni in primis), ma è un ottimo inizio.
La regia merita un capitolo a parte, fare le opere costa, e personalmente pensiamo che usare un’ambientazione contemporanea e un po’ di fantasia sia meglio che riciclare un brutto fondale.
Il Don Giovanni casalese punta più che altro sulla recitazione e sceglie il minimal per le scene: due colonne, un tubo, un po’ inquietante, un banco mixer a cui troviamo Don Giovanni a dimostrare che è lui a dare luci e voce ai personaggi del dramma. Originale l’idea di trasformare il catalogo cartaceo di Leporello in un campionario di occhiali e bamboline. Soprattutto è interessante è vedere come, tolti tutti gli orpelli, Don Giovanni si mostri realmente malvagio. Certo, Da Ponte costruisce un personaggio che utilizza la sua nobiltà per circuire e porsi al di fuori della giustizia terrena, ma un conto è vederlo fare da un cicisbeo imparruccato, un altro da un manager in giacca e cravatta che, più che amare tutte le donne, cerca di possedere ognuna con la forza. Fin troppo attuale. Ci si augura che finisca a San Vittore più che all’inferno.
La musica di Mozart, però è un motore universale per tutti sentimenti umani e la versione dell’opera con il concertato finale è un bel modo per augurare giustizia a un mondo che ne ha sempre più bisogno.
Alberto Angelino






