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La rivoluzione del 2 giugno

di Carlo Cerrato - Direttore Fondazione Giovanni Goria

 

Ottanta anni. Di sana e robusta Repubblica. Da buon giornalista, Gianfranco Astori, uno del Consiglieri del team del Presidente Sergio Mattarella al Quirinale, ha scelto questo titolo per il suo intervento al Festival Passepartout di Asti, in programma venerdì 5 giugno alle 21.

Esattamente ottanta anni fa, con il Referendum su Monarchia o Repubblica e l'elezione dell'Assemblea Costituente, si avviava in concreto quel percorso democratico che avrebbe portato all’approvazione della “carta” su cui si fonda la nostra Repubblica.

Ma quel giorno non può e non deve essere ricordato solo come il giorno della scelta della maggioranza degli italiani per la Repubblica.

Quel 2 giugno di ottanta anni fa fu il giorno di una, sia pure tardiva, rivoluzione.

Per la prima volta poterono partecipare al voto le donne.

Fu una grande, storica conquista. E la risposta degli elettori e delle nuove elettrici fu di grande entusiasmo e di un civismo di portata storica.

Un segno, uno dei primi all'alba della Democrazia riconquistata, di consapevolezza e voglia di esserci in occasione di appuntamenti cruciali. La partecipazione fu larghissima e consapevole.

Come è accaduto, fatte le dovute proporzioni rispetto ai due eventi, solo due mesi fa in occasione del Referendum costituzionale sulla Magistratura, che ha visto una partecipazione alta, che ha stupito gran parte dei protagonisti del dibattito politico.

Purtroppo, l'evento non si è ripetuto pochi giorni fa per la tornata parziale di elezioni amministrative, che ha fatto registrare un calo della partecipazione al voto del dieci per cento. Un nuovo brutto segnale di disimpegno o, forse, anche di incapacità della classe politica di essere coinvolgente e convincente.

Certo, il dibattito politico e il panorama che ne offre il sistema dei media non è obiettivamente tale da scatenare entusiasmi. La contrapposizione è il modello unico. L'estrema polarizzazione annulla qualsiasi spazio per un sereno dibattito che sia fatto di idee, ma, soprattutto, di proposte di soluzioni ai problemi. L'idea che la politica sia essenzialmente confronto non trova spazio. Il concetto di mediazione non viene più tenuto in alcuna considerazione. E, molto spesso, le analisi più accurate non vengono riservate ai problemi reali, bensì alle tecniche di comunicazione più o meno sofisticate scelte, nel bene o nel male, per orientare il consenso.

Difficile suscitare entusiasmi in un contesto drammatico e complesso come quello in cui viviamo. A meno che non si sia stimolati a scegliere su questioni alte e di grande portata. Oppure che, a poco a poco, si faccia strada una nuova consapevolezza: che ognuno può e deve essere protagonista, che lo scambio delle opinioni resta fondamentale, che la vita è nostra e non può essere decisa da un algoritmo, che i sondaggi dovrebbero essere uno strumento di verifica del consenso ottenuto dai risultati di strategie e non strumenti usati per orientarlo.

Anche Papa Leone XIV ci mette in guardia con la sua prima Lettera Enciclica. L'uomo deve restare al centro. E deve poter decidere e non essere schiavo della tecnologia. Partecipazione e confronto dialettico, rispetto reciproco e dialogo sembrano concetti elementari e relegati ad un tempo che fu. Eppure, restano fondamentali. Come i principi e il sistema di bilanciamento dei poteri previsti dalla Carta scaturita dal percorso costituente avviato, anche con il primo voto delle donne, il 2 giugno di ottanta anni fa.

 

Carlo Cerrato - Direttore Fondazione Giovanni Goria