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Prelati monferrini di Aldo Timossi

Bernardino Tebaldeschi
Si sta concludendo la lunga carrellata dei prelati nativi o comunque incardinati nella Diocesi di Casale Monferrato (ul tutto nato per il 550° anniversario della stessa Diocesi aperto il 12 novembre 2023,ndr).
Oltre sessanta, ma è probabile che qualche figura sia sfuggita, sacerdoti di tanti secoli addietro e per i quali mancano notizie, o rintracciabili solo con un pazientissimo e lungo lavoro di lettura di antiche storie (diremo, ad esempio, di Giacomo Carnario, extra-diocesi perché trinese, ma grande figura di vescovo e diplomatico nel ‘200).
Decine di vescovi e cardinali racchiusi nei confini di una diocesi “giovane”, nata nel 1474 grazie all’impegno dei Marchesi monferrini, con un pizzico di supporto dalla nobile famiglia, quella dei Tebaldeschi, che - non si fa nulla per nulla - ebbe a chiedere la nomina di un proprio giovane rampollo, Bernardino, quale primo vescovo!
Famiglia con più rami, quella dei Tebaldeschi. Bernardino appartiene al ramo laziale, Roma e poco più a sud, Ferentino, comunità a un tiro di schioppo dalla città pontificia di Anagni. Nasce nel 1449 da Pietro e Dorotea di Ubertino de Georgiis (di origini trinesi scrive Beatrice Del Bo in “Uomini e strutture di uno stato feudale”, 2009). Il padre è figura di spicco della nobiltà, con ampi legami nella Curia pontificia; la famiglia (nonno Tebaldo e nonna Orsina di Ulisse Orsini) può vantare tra l’altro un antenato cardinale, Francesco (1299 - 1378), e Pietro ha un buon rapporto in particolare con il protonotario apostolico e cardinale Teodoro Paleologo, figlio del marchese di Monferrato, Giovanni Giacomo.
In virtù di tali conoscenze, la famiglia si trasferisce a Casale e la carriera del padre ha probabilmente inizio nel 1460/61, quando risulta al servizio di Giovanni IV in qualità di castellano di Trino; nel 1465 compare come siniscalco e magister hospicii, quindi viene cooptato nel Consiglio del principe, e nel 1471 ha l’incarico di primo siniscalco, che lo pone al di sopra di tutti gli altri cortigiani. Tra l’altro dispone di terre a Lu Monferrato, ha quote dei feudi di Murisengo e altre ne acquisirà a Villadeati e Livaretto; dispone della castellania di Conzano in locazione con il diritto di moleggio e censo, diritto quest’ultimo che gli sarà attribuito anche a Bianzè; il marchese Guglielmo VIII gli concede inoltre l’investitura di Rivalta Bormida.
Divenuto dunque robusto benestante, papà Pietro si preoccupa di dare un buon futuro anche a Bernardino, che nel frattempo ha intrapreso la carriera religiosa e dal 1469, quindi ancora giovanissimo, è già canonico della basilica di sant’Evasio. Il proposito trova terreno fecondo nel contemporaneo impegno del cardinale Teodoro per l’erezione di Casale a diocesi: in conclave il porporato è stato tra gli sponsor per l’elezione di Papa Sisto IV, quindi il pontefice gli è in qualche modo debitore.
Il 18 aprile 1474 arriva la bolla di erezione della diocesi, con un centinaio di parrocchie (alcune aggiunte con bolla del 1° agosto), in larghissima misura staccate da Vercelli, e oltre 63mila anime. L’11 maggio, a soli 24 anni, Bernardino è vescovo, pur se ha solo ricevuto di ordini minori e comunque non ha l’età canonica richiesta per tale ufficio. Il De Bono (De casalensis ecclesiae, 1734) definisce tale nomina quale “amministratore, finché avesse trascorso il settimo anno oltre il ventesimo”. De Conti conferma: “Il pontefice lo deputò amministratore della cattedrale nelle cose spirituali e temporali, finché toccasse l'anno vigesimo settimo, e finché fosse stato vescovo”. Andrea Irico (Rerum patriae, 1745) usa il termine “usurpavit”, in sostanza Bernardino avrebbe abusato del titolo di vescovo. Di recente, Giuseppina de Sandre (Vescovi e diocesi in Italia, 1990) scrive che Tebaldeschi “paga la tassa stabilita per il “defectus aetatis” ed è nominato amministratore”.
Amministratore o vescovo, è gran festa il 14 giugno 1474, quando prende possesso del nuovo incarico. Il marchese Guglielmo VIII ha chiamato a raccolta vescovi e principi, la popolazione di Casale accoglie con “incredibile esultanza” monsignor Bernardino, uomo “integro di costumi, di esimia virtù, sangue di nobiltà illustre”. In cattedrale solenne cerimonia, e in conclusione “s'intuonarono cantici di lodi e di ringraziamenti al Dio degli eserciti, e musici strumenti fecero eccheggiare l'aura profumata dall'olezzo de' fiori, di soavissimi concenti: la gioia era dipinta sulla fronte di tutti, e uomini, donne, vecchi, fanciulli piangevano alla vista del solenne spettacolo”, annota De Conti. Occorre individuare una sede vescovile, la scelta cade sul palazzo, proprietà del padre Pietro, nel rione Acquarola ora Via Alessandria. Qui risiederà il cardinale Teodoro Paleologo, come si legge in una carta del 1483: “«in domibus quae fuerunt domini Petri Romani (…) versus portam Aquarolii”, nelle case che furono del signore Pietro da Roma. In seguito passerà per confisca nelle proprietà marchionali e - scrive il professor Enrico Lusso - “al cadere del primo decennio del Cinquecento ospiterà occasionalmente Guglielmo IX e la consorte Anne d’Alençon”, dal cui nome si userà poi definire l’immobile.
Monsignor Bernardino inizia da subito l’azione di governo pastorale, affiancato di fatto dal vescovo di Alessandria, il domenicano Marco de Capitaneis (o Marco Cattaneo), in qualità di direttore apostolico. In una sorta di connubio scuola-lavoro, prosegue per un anno gli studi giuridici a Bologna, lasciando al padre la rappresentanza della mensa vescovile con annessa riscossione dei redditi. C’è però sempre un tutore più in alto, il marchese Guglielmo, che vigila e non manca di dare il proprio supporto. E’ del 1475 il primo sinodo, con la pubblicazione negli “acta sinodalia” dell’ordinamento completo della diocesi appena costituita, disposizioni che ricalcano in modo passivo quelle di altre diocesi; in aggiunta, solo le norme legate al riconoscimento della dipendenza ecclesiastica da Milano. Non risultano documentate visite pastorali, al tempo non di uso frequente nella Chiesa; solo a metà ‘500, il Consiglio di Trento sancirà l’obbligo: “i patriarchi, i primati, i metropoliti e i vescovi non manchino di visitare personalmente la propria diocesi, o lo facciano per mezzo del loro vicario generale o di un visitatore”. E i vicari non mancheranno, fra essi anche Andrea Novelli, che sarà vescovo d'Alba, e il giurista-cronista Benvenuto San Giorgio.
Per tutto il periodo episcopale, molte le iniziative del nuovo vescovo. A Casale, fuori le mura cittadine, s’insediano i frati minori francescani, ai quali viene affidata la chiesa di Santa Maria degli Angeli; dal 1477 le monache agostiniane sono ospitate accanto alla restaurata chiesa di San Bartolomeo; nel convento e chiesa di Santa Maria Maddalena si trasferiscono nel 1493, da Rocca delle Donne, le suore benedettine; inizia nel 1470 la costruzione della chiesa di San Domenico, con l’attiguo convento dell’ordine dei predicatori, che sarà “elemento propulsore di cultura e spiritualità per tutto il territorio”: Pio V (il domenicano Antonio Ghisleri, di Bosco Marengo) ne ricoprirà la carica di lettore. Cambiamenti anche al santuario di Crea, dove nel 1482 i canonici Lateranensi prendono il posto lasciato dai canonici di Vezzolano. Si attiva nel 1489 il tribunale dell’Inquisizione.
Non manca l’impegno in campo assistenziale, tra l’altro con la collaborazione tra vescovo e marchese Guglielmo per la fondazione dell’ospedale di Santa Maria delle Grazie, aggregato al ricostruito Santo Spirito di Roma, da cui il nome rimasto nei secoli e attribuito all’attuale nosocomio casalese.
Tebaldeschi muore il 22 febbraio 1517; in suo onore nella cattedrale di Sant'Evasio, nella cappella a sinistra dell’altare maggiore, è collocato il monumento funerario, opera di Matteo Sanmicheli, già attivo anni prima nella stessa chiesa con il sepolcro del cardinale Bernardino Gambera (Il Monferrato 7/5/2024).
aldo timossi