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Castelli scomparsi di Aldo Timossi (5)
Siamo in Lomellina
Ad un tiro di schioppo dal corso della Sesia, quindi soggetto come tutta la Contea di Lomellina alle possibili mire dei Vercellesi, l’abitato di Candia non poteva certo fare a meno di una propria fortificazione. Era sito di transito lungo la strada delle Gallie, da Pavia (Ticinum) a Vercelli e Torino, superando la Sesia fra Langosco, Mantie e Terrasa.
Essere punto strategico porta male, ed ecco che in epoca non meglio definita ma successiva al Mille, un certo “Henricus de Candia” deve ricostruire il paese, evidentemente ammalorato per eventi bellici. Altrettanto probabile che, memore del passato, il nuovo signore provveda a munire l’abitato delle necessarie difese, il cui ricordo è ancora oggi segnato dalla centrale via Borgoratto, borgo fortificato, che culmina sulla piazza del Municipio. Immancabile, il castello. Da generazioni a Candia si parla del “Castellone”, e si guarda a quanto rimane, esercitando molto la fantasia. Di fatto si vedono alcuni resti, forse trecenteschi, conservati in un edificio di mattoni e in altri fabbricati contigui, nel settore sud-orientale del borgo; alla sommità del corpo di fabbrica più alto si conserva una parte di merlatura tronca.
Come purtroppo tanti paesi che un secolo fa avevano due/tremila abitanti e oggi si sono ridotti ai minimi termini, Cozzo Lomellina con i suoi 350 censiti non rende l’idea della passata importanza. Eppure sono più d’uno i motivi per una diversa valutazione. Intanto qualcosa di poco evidente ma molto antico: i resti di un insediamento di epoca celtica, intorno al quinto secolo avanti Cristo. E’ a sud-ovest verso Candia, appena visibile dall’alto il tracciato circolare, ricoperto di vegetazione dopo la spianatura dei secoli passati, ma ben segnato su carte catastali e militari del ‘700/’800. Non di certo una città-fortezza, comunque un significativo insediamento fortificato, che gli storici definiscono con il termine “dun”.
In epoca romana, un sorta di guida Michelin dell’epoca, la “Tabula Peutingeriana”, indica “Cottiae” con due torri o casette, simbolo attribuito solo a centri importanti, tanto che intorno appare solo su Pavia. Si è dunque in presenza di un sito notevole nella maglia viaria dell’epoca, sicuramente con servizi di albergo e cambio cavalli per il viaggiatori.
Meno di immaginazione occorre per figurarsi le fattezze del castello rurale nella borgata Celpenchio, quattro chilometri a nord di Cozzo, dove si congiungono le strade per Rosasco e Castelnovetto. Ha l’aspetto di un grande cascinale a due piani, con pianta a U, innalzato probabilmente nel ‘300, forse sulle fondamenta di un preesistente fortilizio. Da una descrizione non recentissima: “Agli angoli sono poste torricelle mozze erette su aggetti ripetuti in laterizio. Il cortile interno - altra particolarità non frequente - è sopraelevato rispetto al piano di campagna. Sulla fronte principale spicca un loggiato con tre aperture, ora purtroppo murato”. Nei secoli più volte rimaneggiato, ha perso gran parte dell'aspetto originario.
Ben diverso, l’aspetto del castello Gallarati-Scotti, una delle costruzioni fortificate più antiche della zona. Già presente non molto tempo dopo il Mille, in funzione difensiva essendo prossimo alla Sesia e quindi in grado di presidiare le mire dei Vercellesi, ricostruito dai milanesi nel 1214 con fattezze più semplici rispetto a quanto oggi possiamo osservare. Per immaginare l’origine occorre “cancellare” quanto aggiunto tra ‘300 e ‘400: due ponti levatoi di cui restano i segni, un'alta torre, il rivellino, la merlatura ghibellina che ancora sovrasta il fabbricato. La propietà lo ha aperto a visite guidate.
Posta essa pure lungo l’antica strada romana da Pavia verso le Gallie, all’inizio del primo Millennio Valle Lomellina doveva avere già un primo abbozzo di difesa. Il nome stesso deriverebbe proprio dal “vallum” romano, nei significato di muro, barriera. Ovviamente qualcosa di semplice, fatto di palificazioni e graticci, magari con un fossato e un terrapieno. D’altra parte, per un sito di bassa pianura, anche l’acqua è di per sé elemento di difesa! Ovvio che con il tempo tutto sia scomparso, ma per dare spazio a qualcosa di più robusto, ad una struttura di fortificazione. Immaginiamo il pur lento passaggio dal legno alla muratura, nella fattispecie favorito dalla vicinanza della Sesia e del Po, quindi dalla facilità di reperire pietre di fiume e sabbia per la malta.
La presenza a Valle di tale struttura fortificata – tra l’altro posta nella parte più elevata del sito, pur se di poche spanne rispetto al territorio circostante - costituirà la base fisica per alzare nel ‘300 le prime murature di un vero e proprio castello, destinato a diventare una delle roccaforti più importanti della Lomellina e comporre, insieme ai castelli di Sartirana Lomellina, Frascarolo e Lomello, la cintura difensiva della parte sud occidentale del Ducato di Milano.
Ciò che oggi si può osservare (con il permesso dell’alta siepe che lo circonda) è un complesso di edifici dall'impianto icnografico decisamente eccezionale, formato da un'ala rettilinea con due bracci semicurvi delimitanti la corte interna. Al centro di questi due bracci incurvati si inserisce una “gigantesca aggiunta stilistica formata da due torri cilindriche separate frontalmente da finestroni archiacuti, che si ripetono anche sulle pareti laterali e che formano tre logge sovrapposte, con profusione di merli e beccatelli”.
La struttura, ben si può comprendere, è stata rielaborata nel Seicento e ulteriormente rimaneggiata nell'Ottocento con “un'aggiunta neocastellana corrispondente allo spirito romantico dell'epoca”. Di fatto, si è passati da elemento di difesa a residenza di prestigio. Qualcosa di molto simile - quasi una fotocopia meno monumentale – al castello di Vigevano. E affiora un’ipotesi: che vi abbia lavorato lo stesso ingegnere Jacopo da Gozo, dunque nativo del vicino paese di Cozzo? Con questo dubbio, riattraversiamo il fiume tornando sulla sponda monferrina, per vedere all’orizzonte la scura sagoma del castello di Pomaro.
aldo timossi (5 – continua)
FOTO- Cozzo, castello di Celpenchio




