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Sono venuto al mondo prima del cambio dei tempi...

 

Sono venuto al mondo prima del cambio dei tempi, quando ancora vigeva in pieno la cultura contadina, le macchine erano una rarità, le nonne vestivano gonne nere lunghe fino ai piedi e portavano il fazzolettone in testa. Erano gli anni del pieno trionfo fascista e al sabato noi scolari portavamo la divisa da Figli della lupa, con la complicata vestizione del cinturone pettorale sormontata dalla M del Duce (o Buce o Cuce, come l’estro satirico con cui Carlo Emilio Gadda sfogava, nel dopoguerra, il suo tardivo antifascismo). Dominava nelle corse automobilistiche Nuvolari e in quelle delle moto Omobono Tenni, ma per noi senza radio le notizie sportive erano quelle della “Gazzetta del Popolo”, che mio padre comperava per i pochi clienti del caffè in grado di leggerle. Ma ormai lo sport passava in secondo piano in quei primi anni di guerra e la Gazzetta, che avevo imparato a leggere molto presto insieme all’unico libro in mio possesso, Pinocchio, era piena dei trionfi bellici del regime, esaltati dalle grandi scritte sui muri, come quelle proprio dirimpetto alla stanza dove dormivo: “L’Italia desidera la pace ma non teme la guerra” e “Vincere e vinceremo”. Ricordo benissimo quando Mussolini, in una grande macchina scoperta, era passato dal mio paese in mezzo alle urla della gente e si era fermato per prendere in braccio il nipote del fascistissimo Terranera, mio compagno alle elementari. Ricordo come fosse ieri il testone del Duce sormontato dal fez, appena indossato al principio del paese, con il pennacchio che svolazzava al vento: doveva essere la primavera di quando facevo la prima, e le cose andavano bene per il fascismo. Era cominciata da poco la terribile guerra e ancora nessuno si rendeva conto del tempo disastroso a cui si andava incontro, ma presto l’entusiasmo si sarebbe “convertito in triste duolo”. Mio padre, che era del due (1902) e si credeva ormai fuori dalla disgrazia di andare soldato, era stato richiamato e aveva dovuto andare a fare servizio vicino al confine con la Francia, dove sarebbe rimasto per un anno e mezzo. Mia madre si era trovata sola, incinta di mia sorella, a far andare l’esercizio e per mesi aveva tirato avanti come poteva, aiutata un po’ dalla nonna, un po’ da una cugina di Genova, che però piangeva sempre per la nostalgia e la paura dei genitori sotto i bombardamenti navali. Infatti suo padre lavorava nell’industria bellica e non avrebbe potuto abbandonare il posto, per la minaccia di essere considerato un disertore. Tempi grami di paure e di disagi crescenti, per fortuna mio padre era ricorso addirittura, in preda alla disperazione, al soccorso della regina Margherita, scrivendole una lettera in cui raccontava le sue disgrazie. Lei aveva risposto, contro tutte le speranze, alla richiesta e aveva concessa la grazia, così poteva dopo lunghi mesi tornare a casa in congedo definitivo, ponendo termine ad un a situazione veramente insostenibile. Io ero troppo piccolo per essere di vero aiuto, ma ricordo bene il compito che mi toccava di custode della sorellina, quello soprattutto di portarla in giro tenendola per le dande, dolorosamente rinunciando ai giochi con i compagni, che per di più mi prendevano in giro per i miei compiti di assistenza. A dispetto dei tempi grami, in cui tutto scarseggiava, lei cresceva bella e ben messa, con due guance paffute che destavano l’invidia delle rare madri che avevano partorito in quel mondo alla rovescia. Con il ritorno da militare di mio padre, le cose erano migliorate, io avevo più tempo per i miei giochi e soprattutto per le letture che andavo facendo con i libri degli sfollati, venuti da Torino, Genova e Milano per sfuggire ai bombardamenti. Essendo per lo più figli di borghesi agiati, avevano portato con sé anche giornaletti e libri d’avventura, Mandrake e L’uomo mascherato, Sandokan e gli altri romanzi d’avventura di Salgari, per me un vero tesoro, che sfruttavo con autentica passione. A loro davo in cambio qualche micca di pane, che ricevevo dai contadini delle cascine forniti di farina bianca, mai davvero mancata in casa mia perché, come tabaccaio, mio padre aveva a disposizione due veri tesori, il sale e le sigarette, merce rara e soggetta a tesseramento. Poi, nel pieno del disastro, era venuta la Liberazione, con scoppi di gioia proporzionali alle paure, alla fame e ai tremendi disagi vissuti.

Elio Gioanola-39